... tipo quello del se fosse. Se fosse un libro sarebbe.... "Il bar sotto il mare"; un piatto... un minestrone; una notizia... un pettegolezzo. Ma poi ho lasciato perdere. Troppe parole per dirvi soltanto che se fosse un blog sarebbe SimplyGiulia.it.
Essì cari, perchè da oggi ci si sposta. Si trasloca in un monolocale (più piccolo è vero, ma almeno indipendente). Adesso le cose stanno così: voi cancellate l'iscrizione al feed di questo blog e aggiungete quella dell'altro, cambiate tutti i link, diffondete la notizia. Datevi da fare, insomma. Altrimenti una punizione divina vi colpirà ;)
Ci ho, per forza di cose, pensato oggi.
Nella vita "reale" (se così si può ancora chiamare) - quando possiamo esprimere il nostro essere in molti modi, attraverso sguardi, sorrisi, gesti, espressioni, e chi più ne ha più ne metta - difficilmente diamo importanza a quanto di noi esprimiamo tramite quello che diciamo.
Qui invece, davanti ad un documento bianco, faccia a faccia con una pagina da riempire, quando le parole, e SOLO quelle, sono l'unico modo che hai per mostrarti a qualcuno, beh ecco... lì ci rendiamo conto di quanto importanti siano quelle letterine messe meticolosamente in riga nero su bianco. Ci rendiamo conto di quanta fatica dobbiamo fare per esprimere proprio QUEL concetto e non un altro. Ci sorprendiamo di come il cambio di una parola o anche solo di una virglola stravolga tutto il senso di ciò che volevamo dire. E allora ricominicamo da capo. Cancelliamo e pazientemente rimettiamo in fila le parole come fossero soldatini a difesa dei nostri più profondi pensieri.
E capita che se qualcuno deride, critica in maniera irrispettosa o peggio ancora cestina il nostro paziente lavoro, è come se buttasse via una parte di noi. Come se non fossero soltanto parole.
Non voleva lasciarsi prendere dallo squallore dell'ambiente, e per far ciò si concentrava sullo squallore dei loro arnesi elettorali -quella cancelleria, quei cartelli, il libricino ufficiale del regolamento consultato a ogni dubbio del presidente, già nervoso prima di cominciare- perchè questo era per lui uno squallore ricco, ricco di segni, di significati, magari in contrasto uno con l'altro.
La democrazia si presentava ai cittadini, sotto queste spoglie dismesse, grigie, disadorne; ad Amerigo a tratti ciò pareva sublime, nell'Italia da sempre ossequiente a ciò che è pompa, fasto, esteriorità, ornamento; gli pareva finalmente la lezione di una morale onesta e austera; e una perpetua silenziosa rivincita sui fascisti, su coloro che la democrazia avevano creduto di poter disprezzare proprio per questo suo squallore esteriore, e per questa sua umile contabilità, ed erano caduti in polvere con tutte le loro frange e i loro fiocchi, mentre essa, col suo scarno cerimoniale di pezzi di carta ripiegati come telegrammi, di matite affidate a dita callose o malferme, continuava al sua strada.
...
In questi gesti, in questo immedesimarsi nelle loro provvisorie funzioni, Amerigo era pronto a riconoscere il vero senso della democrazia, e pensava al paradosso di essere lì, insieme, i credenti dell'ordine divino, nell'autorità che non proviene da questa terra, e i compagni suoi, ben coscienti dell'inganno borghese di tutta la baracca: insomma, due razze di gente che alle regole della democrazia avrebbero dovuto dargli poco affidamento, eppure sicuri gli uni e gli altri d'esserne i più gelosi tutori, d'incarnarne la sostanza stessa.
So che ricordo l'ultima volta che mi è stato regalato un bacio, ma non l'ultima volta che ho ricevuto una carezza. So che ci sono gesti che sembrano intimi e invece non lo sono. E viceversa. So che questo, spesso, mi porta a riconsiderare molte cose.
So che ci sono "crimini che non possono essere nè puniti nè perdonati". So che nulla mi toglierà quello che nel bene o nel male, mi hai fatto. So che non vorrò punirti. So che non ci sarà nessuna vendetta. Ma so anche che non dimenticherò. Mai.
So che potrò parlare, ridere e scherzare ma che ci sarà sempre una palla scura che piano pulsa dentro me.
So che niente sarà più come prima. Me l'hai insegnato tu.
So che nonostante ciò non sono una ragazza cattiva. Solo una persona che cerca di ripartire.
Saprò tutto questo anche quando salirò su quel treno, ancora e ancora.
So che non potrò vincere perchè non c'è un perdente e un vincitore. Abbiamo perso entrambi.
Le parole con cui io ti ho lasciato sono le stesse parole con cui tu mi hai lasciato. Sono quelle scontate, banali, di chi non sa che parole usare. Sono le parole che usano tutti. Sono gli Scusa e i Mi dispiace. Sono le parole stupide che speri di non dover dire più. Sono le pause tra una parola e l’altra. Sono i sospesi di un pensiero testardo che non demorde. Sono le parole dette una volta sola oppure sono le parole dette tante volte, perché a volte le parole non bastano. Sono le parole di chi dice «E’ colpa mia». Sono le parole più odiose, sono le parole di una telenovela brasiliana di quarta categoria. Eppure, sono parole tue. E pensare che mi piacevi. Sono le tue ultime parole.
Da quando ti ho lasciato, le parole che ho usato sono quelle scontate, banali, di chi non ne vuole parlare. Sono le parole di chi non ha parole. Sono le parole di una canzone ambigua che ascoltavo quando c’eri tu e che ora suona qui al posto tuo. Sono quelle di una scritta ridicola su un pigiama che non indosso apposta. Sono i nomignoli cretini che ci siamo dati io e te e che ho regalato a un amico perché non sapevo più che farmene. Sono le parole cattive per chi non c’entra niente. Sono le parole ammiccanti per chi ha preso il tuo posto. Sono le parole di chi mi chiede Come va. Sono le parole di un discorso in cui grazie a Dio si parla d’altro. Sono fiumi di parole, perché a volte le parole non bastano mai.
Da quando mi hai lasciato, le parole che ho usato sono le stesse parole che dicevo a te. Le ho usate ormai centinaia di volte, le ho consumate. E ora, finalmente, sono solo parole.
Le parole con cui ti ho lasciato non ci sono perché io non ho usato parole, per non dovermi poi pentire. Sono le parole di chi non ha parole. Sono le parole di chi pensa che le parole non servano. Sono le parole che mi tengo per me. Sono le parole che prima o poi mi pentirò di non aver usato. Erano le parole che avrei voluto dirti.
Quelle parole tornano di sera, quando la sera finalmente arriva e, con tutte quelle parole a far compagnia, sembra non voler finire mai.
Cavolo, un mese. Non ero mancata mai così tanto da questo posto. Ci sono tornata ogni giorno per salutare chi nel frattempo passava. Ma non gli ho affidato più nulla. Non una parola, non un pensiero arrabbiato o triste. Eppure ce ne sarebbe stata l'occasione. Un altro treno, un'altra delusione. Ma ormai è tutto previsto, tutto calcolato. Non ci sorprende più, giusto?
Non ci ho messo nemmeno pensieri felici. Anche questo avrei potuto farlo. Un altro treno. Altri sorrisi ad attendermi. Una serata che comunque vada ti senti lo stesso a casa.
Non ho scritto nulla di tutto questo, non ho scritto nulla di tutto quello che è successo dopo. Forse perchè alla fine non c'è molto altro di nuovo da dire. Vivo, rifletto, metabolizzo, guardo avanti, inciampo ma non casco più. Ricomincio insomma.
Ritorno, ritorno presto e alla grande. Questo posto mi manca. Ma in questi giorni sono stata con me, in silenzio.
Ci sono dei primi piani dentro me che fanno male. Si, dei primi piani, quelli con la telecamera... perchè non te l'ho detto mai, ma nella mia testa avevo costruito una palazzina, anzi più che una palazzina era una villetta, a due piani. Il piano terra era mio, il primo tuo. E non sai quanto mi piaceva che fosse così. Sapevo che c'eri. Preparavo la cena e ti chiamavo. Mi mancava il vino bianco e te me lo portavi. Anche quando a volte mi si rompevano delle tubature, bastava fare un fischio e tu eri li in un attimo. E quando non ci vedevamo? Quando eravamo troppo indaffarati io mi ritagliavo un attimo nella giornata, mi sedevo in salotto a testa insù, in silenzio e tranquilla ascoltavo i tuoi passi che veloci andavano avanti e indietro. Stavo bene. E poi avevo preso l'abitudine di scrivere. Per farti un dispetto, sui muri esterni della villetta scrivevo tutte le cose che succedevevano, tutti i segreti che riuscivo a carpirti, le birre insieme, il mio meravigliarmi di qualche attenzione che non m'aspettavo. Ci ho scritto anche "che strega", ero orgogliosa che mi chiamassi in quel modo, così orgogliosa che c'ho fatto una scritta grandissima, lei sola, sul tetto. Di quel nome ci ho fatto il mio simbolo. E la gente passava e rideva. Era persino invidiosa a volte. Non in manieta cattiva però. Dove c'ero io, c'eri tu.
Adesso tutto è cambiato. La mia casa fa acqua da tutte le parti e non posso chiamarti perchè al piano di sopra sento tanti passi che non conosco. E non mi va di interromperti e disturbarti. E ancora, quando nelle mie giornate indaffarate riesco a ritagliarmi un attimo di tempo, mi siedo e ascolto. Ma niente. Non un rumore, non un passo. Non sei in casa.
E allora ho imparato. Ho imparato ad evitare gli zoom. Preferisco le panoramiche, ora. Gardare tutta la citta. E devo dire che aiuta. Auita tanto vedere tutte le altre cose che so fare, le cose che mi piacciono, i giardini pubblici pieni di persone che tengono a me, gli interessi, le domeniche in giro, i treni e in lontananza, il mare.
E' solo che ogni tanto il pensiero ritorna a quell'angolo di città sempre più in silenzio, la gente ci passa davanti del tutto indifferente e il tempo ha ormai sbiadito quasi tutte le scritte. Tutte tranne una. Quella andrà via con me.
"Preferisco i sogni del futuro alla storia del passato", diceva Thomas Jefferson. Potrà sembrarti innaturale vivere come se questo fosse il tuo motto, Cancerino, ma spero che almeno per un po' vorrai provarci. Ti propongo un esperimento: appena hai un momento libero, pensa a uno scenario piacevole e interessante che vorresti creare per te stesso in futuro. Se ti viene in mente un'immagine spaventosa, fai finta di appallottolarla e di gettarla in un fuoco scoppiettante. E se la tua mente comincia a vagare in direzione del passato, bloccala e dirigila verso la visione di un appagamento futuro. Travestimento consigliato per Halloween: la persona che sarai tra cinque anni.
E' un periodo in cui va così. Chi mi conosce, chi sa, avrà sicuramente capito che io non sono io. Non lo sono più da un po' ormai. In tutti questi mesi -a pensarci bene non sono più mesi, ma anni- non ho fatto altro che sentirmi ripetere che non mi si riconosceva. Non c'era più la ragazza rompipalle, non c'era più la ragazza che rideva e scherzava, quella che piuttosto che stare da sola a casa preferiva sempre il solito noioso pub. Non c'era più la ragazza che credeva nell'amicizia, nei rapporti che ti fanno stare bene. In quel rapporto.
Chi mi conosce, chi sa, avrà sicuramente capito che quella ragazza non tornerà più.
Ci sono cose, persone, affetti che non riconosco più come miei. Ma non fa male. E' come se qualcuno, non solo avesse costruito intorno a me una grossa bolla trasparente, ma abbia avuto anche la pazienza di farla semipermeabile.
E così ci sono dei giorni che tutto mi passa davanti come se fossi al cinema a guardare un film scadente. Nessuno scossone, nessuna vertigine, nessun effetto. Nulla.
Ma ci sono degli attimi, pochi minuti che arrivano inaspettati, in cui qualcosa soffia e si fa spazio nella mia bolla. Ci sono cose, anche le più impensate, che toccano la carne scoperta, quella non ancora guarita del tutto.
E allora mi ritrovo a commuoverni per delle cose sciocche. Per uno sguardo di un amico in un posto insolito, per una frase letta dal professore a lezione, per una canzone, per una foto. Stasera è per questo:
"Cerca altrove quello che ti manca,
dà ad altri quello che a me non sai dare,
trova il modo per realizzare il sogno,
e torna da me quando di me non avrai bisogno.
E' un racconto che avevo letto un po' di tempo fa. Poi, proprio l'altro giorno, ho avuto una discussione a riguardo con un imbecille. Roba da mettersi le mani nei capelli....
Oggi l'ho ritrovato in questo blog, e lo giro a voi. E' un po' lungo, ma ne vale la pena:
Il bar di una stazione qualunque. Di Stefano Benni.
Il bar della stazione della città di B. ronzava di gente.
Erano i giorni di punta dell'esodo vacanziero. Truppe valigiate e zainate riempivano e svuotavano i treni, attendevano stremate dal caldo, si accampavano nelle combinazioni più teatrali, dal presepe al bivacco militare.
E soprattutto si accalcavano alle casse del bar, inseguendo glaciali lattine e rugiadose bottiglie che, una volta conquistate, reggevano alte sulla testa come ostensori, o cullavano maternamente tra le braccia. Soldati in divisa guatavano nordiche rosee, chitarre di alternativi sfioravano teleobiettivi di samurai, mamme monumentali controllavano diserzioni di prole, babbi carichi come somari tentavano, con l'ultimo dito libero, di tenere al guinzaglio un botolo scatenato dagli afrori. Pazienti ferrovieri fornivano indicazioni a suorsergentesse di brigate rosariate mentre branchi di giovanetti si spostavano compatti, e le sponsorizzazioni delle magliette si confondevano con quelle degli zaini, tanto da farli sembrare un enorme polipoide pronto a scivolare dentro al treno da un unico finestrino.
Quattro africani, ognuno con la boutique al seguito, cercavano di piazzare mercanzia con alterna fortuna, un quinto riposava sdraiato tra collane, giraffe e occhiali neri, come il sultano di una reggia in liquidazione.
Due vecchie vestite di nero, in transito dalle isole, tagliavano fette di provola per una nidiata di marmocchi in mutande.
Un uomo obeso, sudato, beveva birra a collo e mostrava coraggiosamente al mondo due cosciotti da tirannosauro sboccianti da shorts fucsia con la scritta "SportLine". Un barbone camminava reggendo nella mano destra una busta con la casa e nella sinistra il guardaroba.
Un'antilope bionda, bellissima, ambrata, avanzò tra i tavoli accendendo i sogni di tutti i militari presenti, ma ahimè, poco dopo la affiancò un Thor in canottiera traforata a riccioli biondi che educatamente si mise in fila troneggiando sopra brevilinei calabresi e sbarbine romagnole già rombanti in pole position per la discoteca.
Si attendeva il 9,06 in ritardo, il 9,42 speciale, il 10,00 seconda classe settori B e C. Tutti erano partenzapèr o arrivodà.
Solo due clienti del bar sembravano indifferenti alla generale eccitazione, come separati dalla folla da un velo invisibile.
Uno era un occhiceruleo, con un vetusto completo kaki, bastoncino di canna e sandali con calzini di lana.
L'altro un uomo tozzo coi capelli corti, occhiali a specchio, e un completo blu di una certa eleganza. Erano seduti vicino all'entrata del bar. Il vecchio, che chiameremo il Parlante, sorseggiava una birra. L'uomo con gli occhiali neri, che chiameremo il Silenzioso, beveva svogliatamente un caffè freddo.
Chiaramente il Parlante aveva voglia di attaccare discorso e il Silenzioso no: ma in queste situazioni un Parlante è sempre in nettissimo vantaggio. Basta che parli. E cosi' fu.
- Certo, ce n'è di gente oggi - esordi'.
- Abbastanza - grugni' il Silenzioso.
- A me non dispiace, - prosegui' il Parlante, per niente scoraggiato dal preventivo mugugno - voglio dire, una stazione strapiena può dare ai nervi, ma una stazione vuota è triste. E poi, non so come spiegarle, questa gente che parte per le vacnze mi sembra più allegra, frenetica, ma piena di buonumore, non trova?
- Se lo dice lei - rispose il Silenzioso dietro la cortina degli occhiali.
- Io non parto - disse il Parlante, ormai lanciato. - Quest'estate resto in città, mia moglie ha dei problemi di cuore, e i medici ci hanno sconsigliato di muoverci, allora mi piace venire qua perchè nel mio quartiere c'è un gran mortorio, sembra tornato il coprifuoco. Qua ci sono tante facce, dei bei giovani, delle belle giovanotte abbronzate. E la gente sembra migliore, ride di più, si chiama a alta voce, scherza. Forse perchè stanno partendo, e sperano di trovare qualcosa di buono là dove vanno. Si parte per questo, no?
- C'è anche qualcuno che sta già tornando - disse il Silenzioso.
- Si', ritornano e allora osservo quelle belle scene che mi piacciono tanto, uno scende dal vagone e guarda in fondo al binario, affretta il passo e poi riconosce la persona che lo aspetta, e le corre incontro. Si vedono degli abbracci che non si vedono tutti i giorni. E certi baci appassionati! E' un momento che ci si vuole bene, magari un'ora dopo si litiga ed è già tornato tutto normale. E si hanno tante cose da raccontare; magari in vacanza non ti è successo granchè, ma raccontandolo tutto si colora, si trasfigura. Anche senza volere, la vacanza diventa più bella di come è stata: le cose brutte diventano quasi comiche, le cose belle diventano uniche. Non trova?
- Non lo so. Non racconto mai quello che mi succede in viaggio...
- Ce n'è anche quelli come lei, che si tengono tutto dentro, come un bel segreto, da coltivare durante l'inverno, come una pianta che si compra in vacanza e si mette sul balcone. E magari tornando si accorgono che gli mancava la loro vecchia città, che sentivano un pò di nostalgia. Il loro quartiere sembra meno noioso del solito. Fanno progetti, si dicono: "no, questo inverno non andrà come l'anno scorso". Magari questi progetti si spengono in fretta, ma che importa? E quelli che partono? Si stancano più a organizzare la partenza che a lavorare una settimana, ma sembrano contenti. Perchè sperano che là, nel posto dove arriveranno, ci sarà qualcosa di nuovo, che cambierà il loro destino. O magari gli basta qualche foto da guardare nelle sere d'inverno. Che ne pensa?
- Penso, - disse il Silenzioso con un sorriso sarcastico - che lei dovrebbe andarci piano con la birra.
- Parla come mia moglie, - sospirò il vecchio - ma vede, dal momento che non parto, non mi va di stare chiuso in casa a mugugnare da solo, o guardare alla televisione gli ingorghi sulle autostrade, o invidiare quelli che sono partiti. Vengo qui e faccio anch'io parte della festa, immagino dei posti al mare o in montagna, o in un'altra città, dove ci potrebbe essere qualcosa di speciale per me. Ecco, guardi quella ragazza: c'ha scritto sulla schiena "Ocean Beach". Se la guardo, già sento aria di mare, e vedo le palme.
- Guardi che "Ocean Beach" è la marca dello zaino. E non sente che qua dentro manca l'aria per la ressa?
- Ha ragione - disse il Parlante. - Si', anche a me spesso la folla dà fastidio. Divento nervoso nelle file, soffoco quando sono circondato dal traffico, mi viene da dar di matto, vorrei roteare il bastone e gridare via, via, lasciatemi un pò di spazio, due metri, tre metri almeno. E poi ci sono i rumori che ti svegliano la notte, i motorini, le facce ostili alla finestra, il nervosismo di quelli che credono di essere gli unici a patire il caldo. Si', qualche volta mi arrabbio, ma poi mi chiedo: vivere insieme in fondo non è questo? Difendere il proprio diritto ad avere un pò di spazio, aria, silenzio, rispetto, speranza, ma senza aver paura di ciò che ci circonda, non vedere nemici dappertutto, invasori, gente che ti passa davanti. Lei, se per strada qualcuno la urta, cosa pensa? Che l'ha fatto apposta?
- Ma che razza di domande, - si spazienti' il Silenzioso - e poi di che rispetto parla, non vede quanti barboni, quante persone inutili, miserabili, disperate, ci sono qua dentro?
- Forse ha ragione. Ma non li guardi nel momento in cui sono feriti, chini a terra, vinti. Li guardi nel momento che si tirano su, che sono allegri, che cercano di respirare. Guardi quel nero: carico come una bestia, va a vendere chissà cosa in chissà quale spiaggia, e canta. E guardi come si gode la sigaretta quella vecchiaccia. E quella coppia di ragazzi, beh, non sono proprio dei modelli di eleganza, ma vede come sono abbarbicati insieme a dormire, li' per terra...
- Si', capisco cosa pensa - prosegui' il vecchio. - Che lei è diverso, che non è affar suo occuparsene. Eppure sono sicuro che anche lei, almeno un giorno della sua vita, era ridotto da far pena. Ma negli ultimi tempi, in questo paese, si fa più in fretta a buttare via la gente. Si è accorciata la data di scadenza come gli yogurt. Vecchio, alè, scaduto. Drogato, alè, non dura un mese. Disoccupato, alè, tanto finisce male. Per carità non vorrei buttarla in politica. Ma di questo passo facciamo cittadini solo quelli che tengono il ritmo del gruppo, non so se lei si intende di ciclismo, o anche peggio, quelli che marciano tutti al passo, o quelli che c'hanno i soldi da farsi portare a spalla.
- Calma, calma, - disse il Silenzioso - altrochè politica, lei mi sta facendo un comizio!
- Ha ragione, sono un chiacchierone. Ma ogni giorno vedo gente diventare cattiva per niente, odiare quella che non conosce, ripetere i tormentoni della televisione invece di dire quello che c'ha dentro. Allora mi arrabbio. E a me, glielo dico subito, se la borsa sale o scende non me ne frega niente. Io vedo se sale o scende l'avidità e la cattiveria. E sa cosa le dico? Ma che miseria, che crisi! Noi siamo un paese che potrebbe esportarla l'allegria, come le arance, aiutare gli altri paesi, potremmo essere gente che regala la speranza, invece di aver paura di tutto e montare le fotoelettriche intorno alla casa.
- Ma che discorsi sconnessi. Ci vorrà pure un pò di ordine - sbuffò il Silenzioso.
- Ha ragione ha ragione, sto esagerando. Volevo solo spiegarle perchè passo il mio tempo qui. Perchè penso che bisognerebbe sempre sentirsi come se si partisse il giorno dopo, o come se si fosse appena tornati. Tutto diventa più prezioso; quello che si lascia e quello che si trova. Il dolore è facile da ascoltare, quello che arriva addosso, urla una voce terribile, è sempre lui a raggiungerti. La speranza è una vocina sottile, bisogna andarla a cercare da dove viene, guardare sotto il letto per poterla ascoltere. O venire in una stazione.
- I suoi sono discorsi da pomeriggio estivo, - disse il Silenzioso consultando l'orologio, - ma mandare avanti un paese è molto più difficile.
- Ne convengo - disse il vecchio sorridendo. - Mi scusi se le ho attaccato un bottone, vedo che lei sta partendo. Beh, spero che vada in un bel posto e che passi una bella vacanza.
- Grazie - disse l'uomo, e si allontanò, fendendo deciso la calca.
- E' difficile parlare con un uomo che ha gli occhiali neri, - pensò il vecchio - non si vede mai cosa pensa davvero. Forse l'ho annoiato. O forse il mio discorso lo ha toccato. Sembra che a certuni perlar di speranza metta paura. Eppure a me questa gente che parte e torna mette allegria. Si' , saran avidi, nervosi, pigri, disordinati, cialtroni, si spingono e si rubano il posto ma hanno diritto di provarci un'altra volta, han diritto di cercarsi un posto migliore, o di tornare a casa e ricominciare. Si, ricominciare almeno una volta prima di rassegnarsi. Non è molto, ma è qualcosa.
Una famiglia gli passò davanti di corsa, il treno stava arrivando. Un bambino correva goffo, trascinando un triciclo rumoroso. La bimba teneva la mano sul cappello di paglia per non perderlo. Il padre aveva un gilè da pescatore a trenta tacshe e naturalmente non trovava più il biglietto. La madre lo perquisiva rimproverandolo. Il barbone, guardando la scena; rise. Il nero addormentato si svegliò sbadigliando come un leone.
Il vecchio aveva finito la birra, si asciugò la fronte e usci', un pò barcollante, sulla pensilina del primo binario. Venendo dall'aria condizionata del bar, fu come tuffarsi nel brodo. Vide il Silenzioso che si avviava verso l'uscita. Gli sembrò che non avesse più la valigia, ma non ci fece troppo caso. Era troppo incantato a guardare la gente. Gli sembrava di aver scoperto qualcosa, qualcosa di importante che gli sarebbe servito per quello che gli restava da vivere.
"Se avessi con me un quaderno ce lo scriverei sopra" pensò.
"Oggi, stazione di Bologna, due agosto di un anno vicino al duemila, ore dieci e venti del mattino, tutti sono allegri perchè partono, e faccio finta di partire anch'io".